Le donne nel processo di democratizzazione dei loro paesi: il caso curdo.

Uno degli incontri più interessanti ed inaspettati a cui ho partecipato durante il Forum Sociale Mondiale di Tunisi, è sicuramente quello con la portavoce del Kurdish Women’s Relations Office (Ufficio Relazioni delle Donne Curde), la quale ha descritto la lunga battaglia per il riconoscimento dei loro diritti portata avanti dalle donne curde all’interno del processo di affermazione dell’autonomia di una zona instabile e complessa come il Kurdistan.

Il Kurdistan è una nazione, ma non uno stato indipendente, in quanto suddiviso politicamente tra la Turchia, l’Iran, l’Iraq e la Siria. Questo assetto territoriale fu definito alla fine della prima guerra mondiale e relega il popolo curdo, ancora oggi, ad essere uno dei gruppi etnici omogenei più numerosi a non avere uno stato: con 50 milioni di abitanti e oltre un milione di dispersi nei paesi del Caucaso. I curdi sono il gruppo etnico più numeroso di tutto il medio oriente, di numero superiore ad arabi e turchi. In seguito alla caduta di Saddam Hussein nel 2003 e con lo scoppio della guerra civile in Siria nel 2011, le rispettive zone federali del Kurdistan iracheno e siriano godono oggi di una maggiore autonomia politica.

Qual è la condizione delle donne in un quadro complesso come quello del Kurdistan? Un intreccio di interessi politici e commerciali di stati nazionali riluttanti a riconoscere l’autonomia dei territori e di dozzine di compagnie petrolifere, oggi reso ancora più complicato dall’avanzata dello Stato Islamico.

La celebrazione dell’8 marzo di quest’anno è stata dedicata all’impegno dell’Unità di Difesa delle Donne Kurde (YPJ) che hanno combattuto valorosamente nelle città di Rojava e Kobane contro l’avanzamento della guerra civile siriana e dello Stato Islamico e che continuano a battersi contro l’oppressione, per la liberazione dell’intera società ed, in particolare, delle donne. Ma che ruolo hanno le donne curde nella società che YPJ vuole rendere autonoma?

Le donne curde devono affrontare diverse forme di discriminazione e di oppressione: come parte di una nazione senza stato, in un contesto religioso islamico fondamentalista e socialmente fortemente patriarcale. La quattro zone politico-amministrative in cui è diviso il Kurdistan hanno caratteristiche patriarcali molto simili che discriminano le donne in quanto tali e politiche repressive per i curdi in quanto curdi, queste discriminazioni vanno a sommarsi alle peculiarità di tipo feudale proprie della stessa società curda. Il risultato è l’esclusione delle donne dalla vita politica, matrimoni forzati, diffusione di pratiche di mutilazioni genitali femminili e addirittura omicidi o suicidi forzati per motivi d’ onore: nel solo 2014, 6,082 donne sono state uccise nel Kurdistan iracheno.

Un primi segnali di cambiamento in termini di partecipazione femminile alla vita politica curda è sono stati: in primo luogo la manifestazione delle donne, organizzata il 1 gennaio 2006 per esprimere solidarietà a Sevda Aydin, deportata e violentata da poliziotti in borghese, e, successivamente, la dichiarazione pubblica di supporto da parte di 36 intellettuali donne a favore di Pinar Selek, sociologa accusata di un’ esplosione in un bazar di Istanbul.

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Infatti, nonostante le donne curde abbiano una lunga storia di lotta di liberazione nazionale a fianco degli uomini, sono state emarginate anche all’interno degli stessi movimenti, dove predomina spesso una forte struttura patriarcale. Ciononostante, il contesto curdo è uno degli esempi in cui le donne riescono temporaneamente a trovare un proprio spazio durante situazioni di disordine sociale, situazioni che spesso forniscono loro l’occasione per affermarsi e creare una propria linea, ciò che non sarebbe stato possibile in condizioni normali. L’attivismo o il militantismo legittima infatti le loro richieste che, una volta terminata la crisi, rischiano di essere spazzate vie dall’affermazione di un nuovo sistema che facilmente richiama al conservatorismo e all’ordine con lo scopo di ristabilire la stabilità sociale e civile. L’importanza dell’esistenza di associazioni prettamente femminili sta proprio in questo passaggio chiave: continuare la battaglia per il riconoscimento dei diritti delle donne prima, durante e dopo le fasi che segnano il passaggio tra vari sistemi di governo o delle varie forze al potere.

Il Kurdistan del Sud è la zona che al momento gode maggior autonomia rispetto alle altre ed in cui sono presenti istituzioni relativamente forti, democratiche capaci di favorire lo sviluppo economico dell’area. Le soluzioni a molti problemi non sono state ancora elaborate o faticano ad affermarsi, come, ad esempio, le leggi contro la violenza sulle donne: di fronte al numero dei casi denunciati, solo lo 0,7% dei responsabili è stato individuato e spesso rilasciato dopo un breve periodo, senza considerare che la grande maggioranza delle violenze non sono denunciate.

Proprio per tale ragione, la presenza di organizzazioni interamente femminili sono essenziali per raggiungere l’effettivo riconoscimento dei diritti specifici delle donne, poiché un approccio dall’alto risulta spesso inadeguato e rafforza il divario di genere in maniera indiretta. La mobilitazione delle donne, congiuntamente alla presenza di alcuni partiti curdi di orientamento esplicitamente femminista, hanno permesso la creazione, nel 2006, del sistema di co-presidenza: un uomo e una donna che condividono la guida delle municipalità con rispettiva condivisione delle responsabilità nella gestione. Inoltre, nelle 5050 commissioni dei diversi livelli amministrativi è prevista la partecipazione in numero uguale di donne e uomini. L’ufficializzazione della partecipazione delle donne nella gestione della vita politica, sociale ed economica della società curda del sud ha trasformato alcuni aspetti della società stessa rendendo i diritti delle donne un aspetto indispensabile della lotta di liberazione nazionale piuttosto che un falso ideale portato avanti da attivisti intellettuali ed elitari.

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L’attenzione per la parità di genere come misura per la libertà nazionale curda è arrivata anche nelle altre zone del Kurdistan, come nella parte occidentale, dove, a Rojava, è stato adottato il sistema di co-presidenza e di compartecipazione di donne e uomini nei consigli dei vari livelli amministrativi, per sancire la liberazione di tutte le donne nel sistema legale, politico ed organizzativo, comprese le forze di difesa. Gli uomini che hanno alle spalle episodi di violenza domestica o poligamia non hanno il permesso di prendere parte alle organizzazioni e la violenza contro le donne e il matrimoni precoci forzati sono fuorilegge e criminalizzati. Il sistema politico proposto dal Kurdistan occidentale è quindi un sistema che pone i diritti delle donne come uno dei pilastri fondamentali della società, insieme al rispetto delle diversità etniche e religiose, la partecipazione democratica e la tutela dell’ambiente. Si propone come sistema diverso, alternativo, riassunto nella parola democratignation, cioè una democrazia moderna basata sulla dignità delle persone, in cui i diritti di tutti vengono riconosciuti e rispettati. Modello che vuole porsi in contraddizione con quello capitalista, nazionalista e patriarcale globale, che trasforma le differenze in diversità, usandole per dividere le persone in base al sesso, all’appartenenza etnica e alla religione, piuttosto che rendere le differenze un’occasione per arricchire e creare nuove opportunità.

L’economia capitalista esclude le donne dal sistema, in molti settori della società le donne non sono rappresentate e questo non permette l’affermazione di una piena democrazia. La democratignation si propone come alternativa, un modello basato sulla dignità delle persone, la parità di genere, il collettivismo e l’ecologia. La democrazia autonoma proposta secondo il modello curdo, con il sistema di co-presidenza e la garanzia della presenza delle donne in tutti i settori della società, ha dimostrato che un’alternativa al sistema capitalista esiste: una forma di democrazia moderna capace di affermarsi in alternativa del capitalismo moderno.

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